Nell’ambito di un’intervista rilasciata al canale Geopop, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha esplorato il nucleo valoriale dell’articolo primo della Costituzione: il lavoro come fondamento della Repubblica e come strumento di realizzazione personale. Il capo dello Stato ha messo in luce un pericolo contemporaneo, ovvero la possibilità che la ricchezza si accumuli in poche mani, lasciando dall’altra parte milioni di persone in posizione di dipendenza economica e sociale.
Secondo Mattarella, questa dinamica rischia di svuotare di significato il ruolo del lavoro, che non deve essere pensato solo come mezzo di produzione ma come elemento centrale per il pieno sviluppo umano e per la coesione della vita collettiva.
Il monito sulla concentrazione della ricchezza
Il presidente ha descritto il timore di uno scenario in cui la ricchezza finisca per concentrarsi in “poche centinaia di mani”, generando una frattura sociale profonda: da un lato chi detiene potere economico e finanziario, dall’altro milioni di persone che dipendono dall’azione di quei grandi soggetti. Questo schema, ha sottolineato, metterebbe a rischio il valore autonomo del lavoro riconosciuto dalla Costituzione e trasformerebbe la società in una gerarchia di privilegi.
Il richiamo del presidente è anche un avvertimento politico: la democrazia corre il pericolo di essere erosa se il lavoro perde la sua funzione liberante e di partecipazione. In questo contesto il termine dignità del lavoro assume una funzione normativa precisa, perché connette la sfera economica con la qualità della vita e la partecipazione civile.
Rilettura costituzionale dell’articolo 1
Nell’analisi offerta durante l’intervista, Mattarella ha rimarcato che l’articolo primo non propone una cultura del lavoro intesa come mera necessità economica. Esplicitando il senso del testo costituzionale ha affermato: “L’articolo uno – spiega il presidente – non invita a vivere per lavorare.” Con questa precisazione l’idea è che la Costituzione preveda il lavoro come strumento di emancipazione e non come destino di sfruttamento.
Il presidente ha inoltre citato l’origine storica della formulazione, evidenziando il contributo dei costituenti: “L’ha espresso allora con efficacia il costituente che elaborò il testo definitivo di quell’articolo.” Tale osservazione colloca il principio nella tradizione costituzionale che intende rimuovere condizioni sociali che determinino l’esistenza di classi destinate esclusivamente al lavoro per il beneficio di altri.
Il lavoro come fattore di liberazione
Mattarella ha spiegato che la Repubblica, fondandosi sul lavoro, dichiara incompatibile ogni forma di privilegio ereditario o di sfruttamento della fatica altrui. Il lavoro, in questa chiave, è presentato come veicolo di benessere che comprende non solo la retribuzione ma anche aspetti della vita sociale quali affettivitàamiciziaculturasport e impegno civile. Enfatizzando questi elementi, il presidente ha voluto restituire al termine lavoro una dimensione ampia, che riguarda la realizzazione della persona e il contributo al bene comune.
Il richiamo a una lettura ampia del lavoro serve anche a contrastare una visione utilitaristica che riduce la persona alla sua capacità produttiva. In questo senso, la protezione costituzionale della dignità del lavoro diventa un presidio contro la mercificazione delle relazioni sociali.
Implicazioni sociali e civiche del messaggio
Il messaggio del presidente non è solo teorico: implica scelte pubbliche e culturali. Se la società tende a concentrare ricchezza e potere, viene meno la condizione che permette al lavoro di essere liberatorio e realizzante. Per questo motivo, secondo Mattarella, è cruciale considerare il lavoro anche come strumento di inclusione e partecipazione civica, capace di promuovere la tutela della salute, dell’ambiente e la solidarietà sociale.
La fotografia proposta nella discussione pubblica richiama l’urgenza di difendere il valore costituzionale del lavoro contro logiche che favoriscono poche entità sovranazionali o finanziarie. Il discorso del presidente richiama alla responsabilità collettiva affinché la Repubblica resti realmente fondata sul lavoro inteso come dignità e contributo comune.



