La malattia di Alzheimer è la forma di demenza più frequente sia a livello nazionale che globale e rappresenta una delle sfide più pressanti per il sistema sanitario e per la società in generale, soprattutto in un contesto di invecchiamento progressivo della popolazione.
Nel quadro della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, la dottoressa Valentina Laganà, psicologa e psicoterapeuta dell’Associazione per la Ricerca Neurogenetica APS di Lamezia Terme, ha condiviso con noi le informazioni più attuali su diagnosi precoce, interventi neuropsicologici, sostegno ai caregiver e le opportunità di prevenzione disponibili sul territorio.
Diffusione dell’Alzheimer in Italia: i dati dell’Istituto Superiore di Sanità
Secondo le ultime statistiche dell’Istituto Superiore di Sanità, sul suolo italiano vivono circa 1,2 milioni di persone con demenza oltre i 65 anni, di cui circa 600 mila casi di Alzheimer. Inoltre, si contano circa 24.000 soggetti con esordio giovanile della demenza. L’Italia è una delle nazioni più invecchiate d’Europa, e l’età rimane il fattore di rischio più significativo: il numero di casi è destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione, ma è importante sottolineare che l’Alzheimer non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento, bensì una patologia che può essere riconosciuta in fase precoce per intervenire in modo più efficace.
Interventi neuropsicologici e ruolo dei caregiver
Le Linee Guida 2024 dell’Istituto Superiore di Sanità attribuiscono grande valore alle terapie non farmacologiche, adattandole alle diverse fasi della malattia. Nei primi stadi, il training cognitivo mira a potenziare le funzioni residue e a consolidare strategie compensative; nelle fasi lievi e moderate, la stimolazione cognitiva di gruppo e la riabilitazione focalizzata su obiettivi funzionali favoriscono l’autonomia e la partecipazione sociale.
Strategie non farmacologiche per le fasi avanzate
Quando la patologia avanza, la musicoterapia la terapia della reminiscenza e le attività occupazionali diventano strumenti chiave per preservare il benessere emotivo e la qualità della vita. La personalizzazione dell’intervento, basata sulla storia personale, le risorse e le preferenze del paziente, è imprescindibile, così come il supporto psicologico rivolto sia al malato sia alla sua famiglia.
Sostegno al caregiver: bisogni ed interventi
I caregiver sperimentano un carico emotivo, fisico e pratico notevole: gestire cambiamenti comportamentali, affrontare l’isolamento sociale, il senso di colpa e il lutto anticipatorio può sfociare in ansia o depressione. Per questo è fondamentale offrire interventi psicoeducativi psicoterapia specialistica e gruppi di auto-mutuo aiuto, che riducono la sensazione di solitudine e forniscono strategie concrete. Inoltre, servizi come i “Caffè Alzheimer”, momenti di sollievo e reti di assistenza domiciliare contribuiscono a migliorare la vita di chi assiste e, di riflesso, quella del paziente.
Rete territoriale di servizi e iniziative di prevenzione
Il percorso di cura efficace si basa su una rete integrata tra sanità, servizi sociali e terzo settore. I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) costituiscono il punto di ingresso: diagnostica, presa in carico e monitoraggio continuativo sono garantiti da equipe multidisciplinari composte da neurologi, geriatri, neuropsicologi, assistenti sociali e altre professionalità.
Sul territorio affiancano centri diurni, Caffè Alzheimer, assistenza domiciliare fornita dagli ASP e dai Comuni, nonché le numerose associazioni del terzo settore che colmano le lacune del servizio pubblico. La dottoressa Laganà ricorda che il primo passo per le famiglie è rivolgersi al medico di famiglia, il quale indirizza verso il centro di riferimento più vicino.
Per quanto riguarda la prevenzione la Commissione Lancet (2024) ha individuato 14 fattori di rischio modificabili – tra cui ipertensione, diabete, obesità, inattività fisica, fumo, alcol, perdita dell’udito e isolamento sociale – che, se controllati, potrebbero ridurre di quasi il 45 % l’incidenza di demenza. Costruire la riserva cognitiva attraverso istruzione, attività lavorative, hobby e relazioni sociali è altrettanto importante, così come sviluppare una riserva affettiva capace di regolare emozioni e motivazione di fronte a eventi avversi.
La solitudine, soprattutto negli anziani, è un fattore di rischio potente: la creazione di spazi di incontro e la partecipazione a iniziative associative, come gli screening cognitivi organizzati dall’Associazione per la Ricerca Neurogenetica, rappresentano forme concrete di prevenzione. Le ricorrenze come la Giornata Mondiale dell’Alzheimer (21 settembre), la Giornata nazionale contro la solitudine dell’anziano (15 novembre) e la Settimana mondiale sulla demenza frontotemporale (28 settembre-4 ottobre) costituiscono momenti privilegiati per sensibilizzare l’opinione pubblica e rafforzare il senso di comunità.



