Nel cuore della vicenda giudiziaria che ha interessato aziende artigiane del Soveratese emerge una sentenza che chiude un capitolo di contestazioni ambientali. Il Tribunale di Catanzaro ha infatti disposto l’assoluzione della titolare di un’impresa che lavora marmi e pietre, riconoscendo l’assenza dei fatti contestati. La controversia trae origine da un intervento ispettivo della Guardia Costiera di Soverato che, nell’ambito delle attività di polizia giudiziaria, aveva portato nel febbraio 2026 al sequestro preventivo ai sensi dell’articolo 321 del codice di procedura penale.
La vicenda procedurale ha seguito più fasi: dalla convalida iniziale del sequestro richiesta dalla Procura fino alla successiva revoca disposta dal Tribunale del Riesame nel marzo 2026. Malgrado la revoca, la Procura della Repubblica ha scelto di proseguire nell’esercizio dell’azione penale, portando così la vicenda in dibattimento. Nel corso del processo la difesa ha prodotto documentazione tecnica e testimonianze volte a ricostruire le corrette prassi gestionali adottate dall’azienda.
Accuse iniziali e quadro procedurale
All’origine delle indagini vi erano contestazioni relative a presunti scarichi di reflui industriali e al deposito non autorizzato di rifiuti, ipotesi che gli organi accertatori avevano anche valutato come riferibili a rifiuti pericolosi. La Procura, sulla base delle risultanze degli accertamenti della Guardia Costiera, aveva chiesto e ottenuto la convalida del sequestro preventivo. Successivamente, il ricorso della legale rappresentante pro tempore portò il Tribunale del Riesame a rivedere la misura cautelare nel marzo 2026, disporne la revoca e consentire il proseguimento dell’attività aziendale in attesa del giudizio.
Il ruolo delle misure cautelari
La misura del sequestro preventivo è uno strumento cautelare che mira a preservare le fonti di prova e a tutelare l’ambiente quando sussistono indizi di reato; nel caso in esame però il riesame ha ritenuto superati i presupposti per la sua mantenimento. La decisione del Riesame non ha automaticamente interrotto l’azione penale, ma ha cambiato il profilo operativo dell’istruttoria, impegnando le parti a discutere nel merito la qualificazione dei rifiuti e la gestione degli impianti aziendali.
Gli elementi prodotti dalla difesa
Nel dibattimento la strategia difensiva si è concentrata sulla dimostrazione del rispetto della normativa ambientale e delle corrette pratiche di gestione. È emersa la presenza di un impianto idrico a circuito chiuso finalizzato alla separazione dei residui di lavorazione dall’acqua, una procedura che riduce il rischio di scarichi incontrollati. Inoltre la difesa ha documentato la gestione distinta e la conservazione dei materiali prodotti, nonché analisi effettuate da una ditta specializzata antecedenti all’intervento degli organi di controllo che escludevano la natura pericolosa dei materiali.
Prove tecniche e testimonianze
Al processo sono stati acquisiti rapporti tecnici, schede di classificazione dei rifiuti e testimonianze di esperti che hanno confermato le operazioni di raccolta e stoccaggio conformi. La difesa ha sottolineato che i rifiuti erano conservati nello stesso luogo di produzione, per categorie omogenee, e che non era decorso il termine annuale previsto per il loro smaltimento. Questi elementi hanno contribuito a smentire le ipotesi di pericolosità e di gestione illecita prospettate nell’atto d’accusa.
La decisione del tribunale e le conseguenze
Alla luce delle prove acquisite il collegio della Prima Sezione Penale del Tribunale di Catanzaro ha emesso l’assoluzione più ampia prevista dal codice di procedura penale, pronunciando l’imputata assoluta con la formula “perché il fatto non sussiste”, ai sensi dell’articolo 530, comma 1, del codice di procedura penale. La sentenza sancisce che, secondo la valutazione giudicante, non risultano provati i fatti contestati nella loro sussistenza materiale e giuridica.
Riflessioni e impatto locale
Questa pronuncia mette in evidenza l’importanza di accertamenti tecnici approfonditi nel settore delle attività produttive che trattano materiali inerti come il marmo. Per le imprese locali si tratta di un richiamo alla necessità di conservare e rendere disponibili documenti tecnici e analisi specialistiche, che possono fare la differenza in sede giudiziaria. L’imprenditrice è stata assistita dall’avvocato Marco Grande del Foro di Catanzaro, che ha supportato la linea difensiva basata su evidenze tecniche e gestionali.



