Negli ultimi giorni molte sedi accademiche italiane hanno dedicato tempo e spazio al ricordo di Giulio Regeni, attraverso la proiezione del documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” e momenti di confronto pubblico. L’iniziativa, promossa da Elena Cattaneo e sostenuta dalla Fondazione a lei collegata, ha coinvolto 76 atenei in un programma diffuso che ha mescolato testimonianze, dibattiti e riflessioni sulla libertà di studio e sui diritti fondamentali. La partecipazione di studenti, docenti e cittadini ha trasformato le aule in luoghi di memoria attiva e responsabilità collettiva.
Alla base degli incontri c’è la volontà di non lasciare che questa vicenda diventi una semplice notizia dimenticata: più che un rituale commemorativo, le proiezioni sono state pensate come strumenti per sollevare domande e sollecitare impegni concreti da parte dell’ecosistema universitario. In molte sedi la presenza dei genitori di Giulio Regeni, di avvocati e di rappresentanti accademici ha conferito agli eventi un tono solenne ma anche orientato all’azione, richiamando l’attenzione sulla necessità di cercare verità e giustizia.
La proiezione e le testimonianze
Il fulcro degli appuntamenti è stato il film prodotto da Fandango e Ganesh Produzioni, che ripercorre la vicenda del ricercatore italiano attraverso documenti, immagini e testimonianze dirette. La proiezione è stata spesso preceduta o seguita da interventi istituzionali: rettori, delegati e responsabili di dipartimento hanno sottolineato il ruolo dell’Università come spazio di libertà e di tutela del pensiero critico. L’obiettivo dichiarato è quello di convertire il ricordo in impegno, con messaggi che invitano a difendere con concretezza la libertà di ricerca ovunque essa sia messa in discussione.
La presenza della famiglia come punto di riferimento
In molte occasioni la voce di Paola Deffendi e Claudio Regeni ha aperto gli incontri, ricordando non solo la perdita personale ma anche la lunga battaglia per la verità guidata insieme all’avvocata Alessandra Ballerini. La loro testimonianza è stata definita da alcuni interventi come un atto di coraggio che ha messo in luce le responsabilità internazionali e la fragilità delle condizioni in cui operano i ricercatori in contesti autoritari. Il racconto familiare ha avuto l’effetto di rendere il tema immediatamente riconoscibile e di stimolare la solidarietà della comunità accademica.
Un programma diffuso: perché le università hanno aderito
La rete di atenei aderenti ha trasformato l’iniziativa in una campagna diffusa: dalle aule universitarie ai cortili, passando per gli spazi di discussione pubblica, l’iniziativa ha raggiunto giovani dottorandi, studenti e docenti. Per molti rettori e rappresentanti accademici l’adesione è stata una presa di posizione sul valore della libertà di studio e sul dovere delle istituzioni di proteggere chi fa ricerca. Questo coinvolgimento è stato letto da più parti come un segnale della volontà del mondo universitario di schierarsi a favore della tutela dei diritti e della dignità di chi svolge attività scientifica.
Ruolo organizzativo e pedagogico
Gli eventi sono stati spesso organizzati da scuole di dottorato, consulte giovanili e uffici per la terza missione, con l’intento di favorire il dialogo intergenerazionale e di tradurre la memoria in percorsi didattici e formativi. In diversi atenei si sono svolti anche dibattiti che hanno coinvolto sociologi, giuristi e rappresentanti delle associazioni studentesche, per analizzare il significato di responsabilità accademica e per proporre pratiche di tutela per ricercatrici e ricercatori in contesti a rischio.
Il valore civico della memoria
Al di là degli schieramenti, l’accostamento tra proiezioni, testimonianze e discussioni pubbliche ha richiamato la comunità universitaria a una scelta di campo: quella della difesa della verità come bene comune. Come hanno osservato molti partecipanti, ricordare significa anche trasformare la memoria in azioni concrete a tutela della libertà di espressione e del pensiero critico. In questo senso, le iniziative svolte nelle università sono state concepite come tappe di un percorso nazionale che mira non solo a mantenere viva l’attenzione sul caso Regeni, ma anche a rafforzare la cultura della responsabilità collettiva.
La ripetizione delle proiezioni e la partecipazione diffusa testimoniano che, anche dopo anni dalla tragedia, la comunità accademica continua a considerare la vicenda non come un episodio isolato ma come un monito permanente: difendere la libertà di ricerca è una scelta che riguarda tutti, e le università possono svolgere un ruolo centrale nel tener viva questa responsabilità.

