Per anni ho rimandato questo ricordo: non per mancanza di stima, ma perché le emozioni e gli impegni intervenivano e cambiavano il corso delle parole. Oggi provo a mettere insieme impressioni e azioni di Castrense De Rosa, il prefetto che molti a Catanzaro hanno sentito come uno di casa.
Non era soltanto la sua veste istituzionale a colpire: era la routine che aveva scelto, l’abitudine di uscire dal Palazzo, di percorrere il Corso, di fermarsi nei bar e nei negozi, di incontrare chiunque. Quel modo di stare tra la gente trasformava l’ufficio alto in una presenza umana e riconoscibile.
Un modello di presenza civile
Il suo modo di operare offriva una lezione concreta sul servizio pubblico. Non si trattava solo di protocolli: nelle sue visite alle scuole e nei Comuni emergeva una precisa idea di istituzione come luogo di relazione. Le sue parole, spesso semplici, erano prima di tutto lezioni di responsabilità civica: l’onestà del cittadino comincia dal fare il proprio dovere.
Le scuole come luogo di formazione
Frequentava gli istituti con costanza, regalando più che discorsi formali. In quelle occasioni diventava maestro di vita: non predicava teorie astratte, ma invitava i più giovani a comprendere il valore pratico del vivere civile. Quel contatto quotidiano con studenti e insegnanti rappresentava per lui un modo concreto di esercitare l’educazione alla legalità.
Il dialogo con i sindaci e le comunità
Non restava confinato nel Palazzo della Prefettura: visitava i Comuni, andava a incontrare i sindaci nei loro territori e, attraverso di loro, la cittadinanza. Non esisteva borgo della provincia che non avesse visto la sua presenza, segno di un approccio al territorio fondato sulla conoscenza diretta e sulla condivisione delle responsabilità.
Una quotidianità che raccontava una scelta
Molti lo vedevano passeggiare lungo il Corso Mazzini, magari in compagnia del suo primo collaboratore, o uscire la mattina presto per una corsa sul lungomare di Soverato. Piccoli gesti che raccontavano una dimensione umana del ruolo: la routine come pratica di prossimità, la mobilità tra le strade come strumento di relazione istituzionale.
Questa costanza non aveva nulla di spettacolare: era piuttosto un ritmo che ricorda come il compito di chi rappresenta lo Stato possa tradursi in una presenza quotidiana, discreta ma efficace, capace di tranquillizzare la comunità nei momenti d’incertezza.
Rapporto personale e riconoscimenti
Il mio rapporto con il prefetto non è stato di stretta amicizia: gli incontri si sono limitati spesso a circostanze pubbliche. Eppure il sentimento di affetto era reale. Lo salutavo per strada, lo ascoltavo dopo convegni e dibattiti, e in tutte quelle occasioni percepivo la sua autenticità. Per molti, la sua figura è stata sinonimo di equilibrio e di stile istituzionale.
Il legame con Taverna
Tra i luoghi a cui era più affezionato c’è Taverna, paese che lo vedeva spesso e che, nella mia opinione, dovrebbe considerare la cittadinanza onoraria come riconoscimento del suo impegno. Il rapporto con le comunità locali testimonia la capacità di costruire relazioni profonde oltre i ruoli ufficiali.
Il commiato e la gratitudine
Quando il suo periodo di servizio è giunto al termine, ho percepito una malinconia diffusa. Le autorità, le scuole, le associazioni lo hanno ringraziato in molteplici occasioni. Il sentimento comune era semplice: la città sapeva di poter contare su di lui. Per questo il mio saluto finale è stato tanto semplice quanto sentito: grazie.
Ringrazio Castrense De Rosa per aver mostrato come si può servire un territorio senza appropriarsene, per aver rispettato le regole senza farne un alibi e per aver ricordato a molti quanto sia bello amare le proprie radici. La sua presenza rimane impressa nelle strade, nelle scuole e nei piccoli gesti quotidiani che lo hanno reso familiare a tanti.



