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La Naca del Venerdì Santo a Catanzaro: memoria, fede e volti del quartiere

Un racconto intimo sulla tradizione della Naca a Catanzaro durante il Venerdì Santo, i canti pasquali e i ricordi legati alla Chiesa del Carmine e alle persone che l'hanno abitata

La Naca del Venerdì Santo a Catanzaro: memoria, fede e volti del quartiere

La sera del Venerdì Santo a Catanzaro si rinnova una liturgia popolare che intreccia fede, memoria e comunità: la processione della Naca. Il corteo prende vita dalle diverse parrocchie e, tra canti e silenzi, restituisce alla città un rito che segna la passione e la vicinanza a Cristo durante il tempo di Pasqua. In questo contesto, il canto che apre la funzione — “Ti saluto, o Croce Santa, che portasti il Redentor; gloria, lode, onor ti canta ogni lingua ed ogni cuor.” — diventa un filo che unisce i fedeli mentre la processione avanza.

Questa non è solo una descrizione di un evento religioso: è anche la cornice di ricordi personali legati al quartiere del Carmine, alla sua chiesa e alle persone che ne hanno segnato la storia. Le figure di benefattori, medici e famiglie del luogo emergono come punti di riferimento che hanno contribuito a costruire il tessuto sociale di quella comunità.

La processione della Naca e il rito collettivo

Durante la veglia pasquale la Naca è il simbolo con cui la città esprime devozione e penitenza: i partecipanti, spesso vestiti con abiti che richiamano la figura di Gesù, portano le croci in corteo dalle chiese fino ai luoghi stabiliti dalle parrocchie. Il canto ripetuto nella notte richiama la Passione e la speranza nella salvezza, creando un’atmosfera di intensa partecipazione. La presenza di bambini, famiglie e anziani indica quanto questo rito sia trasversale generazionalmente nel tessuto sociale di Catanzaromantenendo vive pratiche antiche che uniscono la città nella settimana santa.

Il canto e la meditazione sulla Passione

Il testo del canto, citato più volte durante la processione — “Ti saluto, o Croce Santa, che portasti il Redentor; gloria, lode, onor ti canta ogni lingua ed ogni cuor.” — è accompagnato da strofe che riflettono sul dolore, sulla pietà e sulla speranza. In questi momenti comunitari la musica assume la funzione di collante emotivo: le parole cantate trasformano la memoria pasquale in esperienza condivisa. Per molti fedeli la Naca è soprattutto questo: un’occasione per fermarsi, ricordare e pregare insieme.

La Chiesa del Carmine e i volti del quartiere

La Chiesa del Carmine è descritta dal narratore come un luogo centrale della sua infanzia, di cui conserva immagini vivide e ricorrenti. Non solo luogo di culto: la chiesa ospita anche eventi culturali come concerti di musica d’autore, segno di una vitalità che travalica la dimensione strettamente religiosa. Il ricordo personale si fonde così con la descrizione di un luogo che continua a essere punto di riferimento per la comunità, capace di richiamare tradizione e innovazione.

Persone che hanno segnato il Carmine

Nel racconto emergono nomi concreti che hanno lasciato un segno nel quartiere: la famiglia Lopezche ha cresciuto il narratore, e in particolare la zia Anna Fittantericordata con affetto; il generale medico Emilio Sorbaralegato all’ospedale militare e noto per le sue cure rivolte anche ai bambini bisognosi; e il senatore Elio Tirioloche aiutava molti abitanti del quartiere a trovare lavoro. Questi ritratti non sono meri aneddoti ma testimonianze di una rete di solidarietà che ha sostenuto il Carmine nel tempo.

La figura di Anna Lopez (indicata nel racconto anche come zia del narratore) è ricordata con tenerezza e un pizzico di nostalgia: la sua immagine giovanile viene paragonata a una ballerina di flamenco, mentre il ricordo del suo sorriso rimane come un conforto per chi l’ha conosciuta. Nel testo si percepisce l’intento di rendere omaggio a chi ha contribuito a rendere il quartiere un luogo accogliente e vivo.

Memoria personale e valore comunitario

Il racconto di Piero Mascitti intreccia la dimensione liturgica del Venerdì Santo con ricordi familiari e sociali: la Naca diventa così lo specchio di una comunità che si ritrova, si consola e celebra i propri legami. Le storie dei benefattori, le cure del personale medico dell’ospedale militare e il calore delle famiglie del Carmine costituiscono il tessuto su cui si intrecciano devozione e quotidianità. Questo tipo di memoria collettiva rinforza l’identità del quartiere e mantiene vive pratiche che trasmettono valori e affetti alle nuove generazioni.

Nel salutare la zia Anna Fittanteil narratore affida al ricordo personale una forma di preghiera e di commiato: “Riposa in pace, adorata zia Anna.” Le parole finali uniscono il cordoglio privato alla dimensione pubblica della memoria di quartiere, mostrando come riti religiosi e legami umani convivano nelle strade e nelle chiese di Catanzaro.

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