Un convoglio internazionale che intendeva raggiungere la Striscia di Gaza via terra ha subito un arresto improvviso in Libia, con la perdita di contatti di una delegazione di attivisti tra cui due cittadini italiani. La missione, organizzata sotto la sigla Global Sumud Flotilla in collaborazione con la componente nordafricana Maghreb Sumud, si era fermata a Sirte dopo giorni di attesa per ottenere un passaggio sicuro verso la Cirenaica. I volontari descrivono la carovana come un gruppo civile e non violento, composto da operatori medici, tecnici e materiale documentato per attività di supporto umanitario.
L’avanzata è culminata con l’invio di una delegazione di poche auto e un’ambulanza per trattare direttamente con le autorità locali: da quel momento si sono interrotte le comunicazioni. Tra i dispersi sono segnalati Domenico Centrone, insegnante originario di Molfetta (Bari), e la piemontese Dina Alberizia. Fonti del gruppo e testimoni sul posto riferiscono che i miliziani legati al generale Khalifa Haftar avrebbero preso in custodia i membri della delegazione, che secondo alcune ricostruzioni sarebbero stati in seguito trasferiti a Bengasi e trattati come possibili irregolari.
Il fermo in Cirenaica e il superamento del checkpoint
Secondo le ricostruzioni dei partecipanti, la situazione è degenerata nei pressi del varco di Sirte: le forze affiliate ad Haftar, in particolare elementi riconducibili alla 604esima brigata, avrebbero schierato cecchini e mezzi armati imponendo la presenza al confine. La delegazione che era entrata nella Libia orientale si sarebbe presentata al checkpoint per negoziare il passaggio degli aiuti, consegnando i passaporti alle autorità locali. Dopo le prime rassicurazioni via streaming i contatti si sono interrotti: da allora non si hanno notizie certe del loro stato giuridico né della loro ubicazione precisa.
Modalità del controllo e conseguenze immediatamente rilevabili
Testimoni oculari e membri rimasti indietro raccontano di un blocco che ha reso impossibile ogni comunicazione stabile: il gruppo che ha proseguito era composto da una decina di persone di nazionalità diverse e disponeva di mezzi documentati con elenchi di beni, medicine e attrezzature. Gli attivisti sottolineano che ogni carico è stato pianificato secondo criteri di trasparenza e conformità al diritto internazionale, mentre le autorità locali non avrebbero fornito risposte alle ripetute richieste di incontro per concordare le modalità di consegna.
Composizione del convoglio e finalità della missione
La carovana era formata da oltre duecento persone provenienti da numerosi Paesi e da decine di veicoli, tra cui ambulanze e case mobili, con l’intento di portare assistenza e supporto alla ricostruzione sanitaria di Gaza. Tra i partecipanti figuravano medici, infermieri, ingegneri e operatori logistici: ruoli che gli organizzatori descrivono come indispensabili per la fase post-emergenziale. Global Sumud e i partner locali hanno sempre precisato che la missione è civile, non armata e documentata, con l’obiettivo di lavorare a fianco delle leadership palestinesi nella ricostruzione.
Presenza internazionale e ruoli a bordo
La delegazione di avanzata includeva cittadini di Stati Uniti, Spagna, Polonia, Portogallo, Canada, Argentina, Uruguay e diversi Paesi del Maghreb, insieme a membri europei come gli italiani coinvolti. A bordo si contavano ambulanza/e attrezzate e forniture catalogate: gli attivisti hanno più volte ricordato il carattere umanitario e non militare dell’azione, sottolineando che ogni elemento trasportato era accompagnato da elenchi e documentazione per garantirne la tracciabilità e il corretto impiego.
Reazioni istituzionali e scenari possibili
In Italia l’unità di crisi della Farnesina è stata prontamente attivata per ricercare informazioni sulla sorte dei due cittadini e del gruppo fermato; il consolato ha avviato contatti con interlocutori locali e gli avvocati del convoglio hanno dichiarato di essere al lavoro. Le autorità della missione e i compagni rimasti a Sirte hanno espresso preoccupazione e sollecitato il ripristino dei canali di comunicazione, auspicando che i detenuti vengano trattati secondo le norme internazionali e non come semplici clandestini.
La vicenda mette in luce le difficoltà operative di corridoi umanitari che attraversano territori controllati da forze non statali o da autorità con agenda politica: il rischio per i volontari include la detenzione, l’accusa di ingresso illegale e la possibilità di un iter giudiziario locale difficile da affrontare. Al momento gli sforzi diplomatici proseguono e restano attesi aggiornamenti ufficiali sulle condizioni di Centrone, Alberizia e degli altri attivisti coinvolti.



