Al Teatro Comunale di Catanzaro si è svolto un incontro inserito nel programma del Gutenberg 2026 che ha messo a confronto generazioni diverse attorno al libro L’invenzione del colore di Christian Raimo. Alla platea, composta in prevalenza da studenti del Liceo Classico P. Galluppi e del Liceo Scientifico E. Fermi, è stato chiesto di leggere non solo pagine, ma relazioni: tra biografia familiare, industria cinematografica e questioni estetiche. L’appuntamento ha voluto essere non un semplice firmacopie, ma uno spazio di riflessione collettiva sul senso della scrittura contemporanea e sul rapporto tra memoria individuale e memoria collettiva.
L’incontro e il contesto
L’apertura ha visto interventi istituzionali che hanno tracciato il profilo di Raimo come intellettuale capace di dire le cose con chiarezza e di esporsi oltre la retorica del politicamente corretto. Si è sottolineata la dimensione di militanza culturale che guida la sua attività: una militanza che parte dall’identità personale per rifiutare quella che è stata definita la mediocrità dilagante. È stato ricordato anche il lavoro condiviso con il territorio, tra cui la collaborazione al progetto Maturadio, la serie di podcast pensata per supportare gli studenti durante i mesi critici della pandemia, che ha rimarcato il legame pratico tra sapere scolastico e pratiche culturali diffuse.
Le domande degli studenti
Le domande hanno messo in luce la natura ibrida del testo: i ragazzi hanno chiesto come convivesse nell’opera l’archivio familiare, l’inchiesta industriale e le citazioni bibliche. Raimo ha risposto spiegando che la scelta stilistica nasce da una forte insoddisfazione verso il panorama editoriale italiano: troppe opere restano confinate al singolare registro del memoir o dell’autofiction, mentre la scuola e le saghe familiari vengono spesso raccontate con toni paternalistici o orientati ai privilegi. Per questo ha cercato una struttura che potesse inglobare diversi registri senza ridurli a puro esibizionismo personale.
Colore come lente sociale
Il tema centrale del libro, il colore, è stato presentato come strumento interpretativo: non solo un elemento estetico ma una lente capace di leggere i cambiamenti sociali e del lavoro. Raimo ha spiegato che la percezione visiva non è un dato immutabile, ma può essere modificata attraverso la formazione e la pratica, quindi l’estetica può diventare un mezzo per trasformare lo sguardo sulla realtà. In questo senso la scrittura diventa didattica: un modo per insegnare a guardare diversamente, per mettere in crisi abitudini percettive che spesso nascondono disuguaglianze e gerarchie culturali.
Una scelta contro i moduli riduttivi
Nel dialogo l’autore ha preso le distanze da quei moduli narrativi che spiegano vite complesse come semplici risposte psicologiche a un trauma. Ha proposto invece una struttura narrativa aperta, plurale e capace di ospitare contraddizioni, che non cerca la consolazione del senso univoco ma lascia campo alle sfumature. Questo approccio vuole sottrarre il racconto a un destino di semplificazione e ripiegamento su sé stesso, invitando il lettore a costruire una propria interpretazione piuttosto che ricevere una morale preconfezionata.
Padre, Technicolor e il valore della memoria
Il momento più intimo è stato dedicato alla figura del padre dell’autore, che ha lavorato per 38 anni alla Technicolor, azienda simbolo per l’immaginario cinematografico. Il padre emerge come figura di mediazione, sospesa tra le esigenze di una classe operaia definita dall’autore come particolarmente colta e intelligente, e le logiche della dirigenza. Nel libro questa esperienza professionale diventa terreno di una doppia perdita: quella personale, legata alla morte, e quella più ampia, storico-culturale, che riguarda la marginalizzazione di saperi e storie operaie nella memoria collettiva.
Conclusione: insegnare a raccontare
In chiusura Raimo ha parlato del suo ruolo di docente e della necessità di un narratore parziale, capace di mostrare la propria limitatezza e di restituire al lettore la libertà di scelta interpretativa. La scrittura, ha sostenuto, non elimina il vuoto lasciato dalla perdita ma può trasformarlo in una nostalgia feconda, una distanza che conserva il legame e alimenta nuove letture dell’incompiuto. L’incontro, curato dagli studenti dell’FSL Editoria del Liceo Classico annesso al Convitto Nazionale P. Galluppi, è stato parte del programma ufficiale disponibile qui: https://gutenbergcalabria.it/wp-content/uploads/2026/05/PROGRAMMA-GUTENBERG-2026.pdf



